Il commento

09 lug 2026
Foto canzoni

Testi sessisti, razzisti, omofobici: cambiano i tempi ma non le dinamiche umane. Quanti tra gli scandalizzati dai vari Pitony cantano ancora queste hit?

Quanto cambiano i tempi. E quanto non cambiano i tempi. Perché le dinamiche umane sono cicliche. Tutto torna, tutto passa, tutto si rivive in altra forma, in altri contesti. E tutto fa discutere, poi scorre e le persone dimenticano. Fino al nuovo ricorso storico.

Ed è un peccato che molti abbiano una memoria “selettiva”; talvolta semplicemente corta, talaltra alimentata o distorta dal pregiudizio.

E' un peccato, perché la storia ci aiuta a vivere meglio, a comprendere il presente e quelli che pensiamo essere “cambiamenti sociali profondi” ma che spesso altro non sono se non ricorsi storici.

Riflettevo sul polverone indotto dall'ennesimo affondo sul Tanta Robba Festival (la nuova interrogazione sul parcheggio a pagamento) e per associazione d'idee sono tornato con la memoria all'aspra polemica che ha investito Cremona nelle scorse settimane, sempre legata a quel festival.

La faccenda dei testi di questo Tony Pitony. Testi che contengono frasi provocatorie, forti. Frasi che oggi alcuni ritengono “inaccettabili”.

 

L'importanza della memoria

Ma la memoria è importante. La conoscenza, unita alla memoria, fornisce strumenti formidabili per comprendere i nostri tempi e, spesso, per ridimensionare certi episodi originariamente “urticanti”.

Oggi come oggi viviamo tempi per certi versi difficili, sotto il profilo della comunicazione. Dobbiamo prestare la massima attenzione quando tocchiamo temi come la sessualità, la religione, i valori, la famiglia, i difetti del corpo umano, la parità uomo-donna, i temi razziali, il suicidio, il valore e il rispetto per la vita...

Eppure tutti noi amiamo e celebriamo artisti enormi come Fabrizio De André, Lucio Battisti, Lucio Dalla, i Beatles, solo per citare i più noti al pubblico italiano.

Ai loro meravigliosi testi si abbeverano non soltanto i giovani. Lo fanno adulti, insegnanti, poeti, innamorati. Lo fanno anche i politici, citando spesso a sproposito testi dei quali non comprendono l'intimo significato.

Se solo sapessero quali terribili, impronunciabili, irriferibili oscenità e blasfemie hanno scritto e vergato tutti questi grandi artisti!

E no, non oggi. Non al tempo di Tony Pitony. No, tra gli anni Cinquanta e i primi anni Novanta, giusto per individuare un arco temporale entro il quale quasi tutti noi, oggi, possiamo dire, “ops, in quegli anni ci sono cresciuta, ci son cresciuto”.

Eppure, quanti di noi, appassionati di cantautorato, musica pop o musica rock, dopo aver ascoltato simili testi si sono scoperti misogini, violenti, omofobi, satanisti, nichilisti o misantropi? Nessuno, perché misogini, violenti, omofobi, satanisti, nichilisti o misantropi si è a prescindere da una canzone.

 

Può una canzone trasformarci in mostri?

Perché il punto non è una lirica, il punto è l'animo umano, la naturale inclinazione dell'essere, oltre che il contesto sociale e la formazione (dalla famiglia alla scuola). E' tutto questo a rendere umano l'essere umano. 

E non c'è verso di una canzone che possa trasformare in un mostro un essere umano mentalmente sano e cresciuto con saldi valori dalla propria famiglia o dal tessuto sociale nel quale ha mosso i primi passi.

Non c'è lirica – il più delle volte se non sempre, ricordiamolo, provocatoria – che possa mutare il pensiero di un essere umano acculturato. Perché la cultura, la bellezza, sono le vere armi contro l'ignoranza e la provocazione.

La cultura, la bellezza e la memoria.

E allora, poiché si dà il caso che io mi nutra di musica sin da quando, a tre anni, mio nonno mi caricava sulla sua Alfa per portarmi in giro e, appena piazzato sul seggiolone, mi sbracciavo urlando “Musica, musica!” per fargli capire di accendere l'autoradio, eccovi qualche spunto.

 

Gli esempi nella storia del pop e del rock

Ecco alcuni testi di canzoni pop/rock pubblicate tra il 1950 e il 1996 che moltissimi di noi conoscono, hanno ascoltato (e magari suonato, come nel mio caso) fino allo sfinimento, senza per questo diventare delinquenti.

Vi stupirà sapere, ad esempio, che il pacato Lucio Battisti, in “Pensieri e parole” (1971), se ne uscì con questa frase: “La mia sincerità per rubare la sua verginità”. Di fatto un inganno per rubare la verginità a una fanciulla. Un gesto a dir poco ignobile, no?

E che dire dell'immortale Fabrizio De André, che in "Bocca di Rosa" (1967) canta “a soddisfare le proprie voglie senza indagare se il concupito ha il cuore libero oppure ha moglie”. Quasi un invito a fregarsene degli altrui legami, di matrimoni e di fedeltà coniugale.

Ancora lui, il grande De André. Stavolta fa quello che oggi si direbbe “bodyshaming” e se la prende con un nano. Tratto da “Un giudice” (1971): “Batte la lingua sul tamburo / Fino a dire che un nano / È una carogna di sicuro / Perché ha il cuore troppo / Troppo vicino al buco del culo".

Restando in Italia. Chi se la sente di dir male di quel geniaccio di Lucio Dalla, autore di uno dei massimi capolavori della canzone italiana (“Caruso”)?

Eppure guarda un po' che razza di sporcaccione era il buon Lucio, che nella famigerata “Disperato erotico stomp” (1977) se ne esce con “il silenzio m’ingrossava la cappella” e, subito all'inizio, con un atto d'accusa non propriamente “signorile”: “Ti hanno visto bere a una fontana che non ero io”.

Poi ci sono i baronetti. Uno dice: i Beatles, il gruppo che ha cambiato per sempre la musica contemporanea. I quattro bravi ragazzi di Liverpool.

Ai miei tempi "Yellow Submarine" te la insegnavano anche alle elementari, con la scusa d'insegnarti l'inglese.

Poi vai a spulciare tra i loro testi e in “Run for Your Life” (1965) una lirica ti arriva dritta come un pugno allo stomaco, miscelando misoginia, possessività e violenza di genere: “I’d rather see you dead, little girl”, ossia “preferirei vederti morta, ragazza”. Un distillato di gelosia malsana e possessività.

Vabbe' si saranno sbagliati. E invece... Pure pericolosi mercanti di guerra, erano i Beatles. “Happiness Is a Warm Gun” (1968): “La felicità è una pistola calda”. Che poi, vai a capire se quella “pistola” sia da intendere come arma o come organo sessuale maschile...

Va bene, lo sappiamo, anche loro erano dei drogati, no? Mica per niente hanno scritto quel manifesto psichedelico che è Lucy in The Sky With Diamonds, il cui acronimo è LSD. Praticamente un inno allo sballo.

Niente, tocca rivolgersi ai loro diretti “rivali”. Tanto si sa che i Rolling Stones erano quelli brutti, sporchi e cattivi, no?

Sì ma pure schiavisti? Eppure, in Brown Sugar” (1971), canzone che peraltro fa riferimento all'eroina, ti sbattono in faccia un “Hear him whip the women just around midnight” (“Sentilo frustare le donne a mezzanotte”).

Niente da fare, eh?

I metafisici Doors, magari. Jim Morrison, il poeta, l'angelo caduto... Un parricida che invita ad ammazzare il padre. In "The End" (1967) Morrison canta la celebre “Father? Yes son… I want to kill you... Mother? I wanto to ….. you!”. Un mix tra parricidio e complesso di Edipo da far impallidire pure Freud.

Restiamo in quei primi anni Sessanta. The Who, “My Generation” (1965), manifesto generazionale. Un inno alla ribellione contro il sistema. Ma oggi forse ci si concentrerebbe maggiormente su quel concentrato di nichilismo e rifiuto della vita che è la lirica “Hope I die before I get old” ("Spero di morire prima di invecchiare").

Ok, saltiamo agli anni Settanta: magari, finita la sbornia hippie, i testi si fanno più “socialmente accettabili”.

E invece no, artisti come Marc Bolan, David Bowie e Lou Reed cominciano a parlare apertamente di travestitismo, di fluidità di genere. Giusto qualche annetto prima della nascita del movimento LGBTQ+.

Prendiamo Lou Reed che in “Walk on the Wild Side” (dal capolavoro del 1972 “Transformer”, notare il titolo) borbotta “Shaved her legs and then he was a she” (“Si rasò le gambe e poi lui era una lei”).

Ah, piccolo spunto per chi volesse fare polemica, anche se con qualche anno di ritardo: Lou Reed ha suonato a Cremona, in piazza Stradivari. Era il 2007 o giù di lì.

Ma in fondo il rock non è sempre stata la musica del diavolo? Con buona pace per il blues, sia chiaro.

E allora dove li mettiamo i Black Sabbath, letteralmente gli inventori di un intero genere (l'heavy metal)?

Carte in tavola sin dall'esordio del 1970. Album omonimo, una canzone a caso, N.I.B. (1970): “My name is Lucifer, please take my hand” (“Mi chiamo Lucifero, per favore prendimi la mano”). E anche l'occulto è ampiamente sdoganato.

E un decennio più tardi, proprio il cantante dei Sabbath, Ozzy Osbourne, una carriera di eccessi, ti finisce accusato di incitamento al suicidio. "Suicide Solution" (1980): “Suicide is the only way out” (“Il suicidio è l’unica via d’uscita”).

Tema ripreso, tra i tanti, dai terribili Slayer nel 1988. “Mandatory Suicide”: “Suicide, suicide, mandatory suicide” (“Suicidio, suicidio, suicidio obbligatorio”). Che poi, scavi un poco e capisci che il passaggio fa riferimento alla guerra e la canzone in realtà è una critica a chi manda i soldati a morire senza dar loro scelta.

 

Altri esempi a raffica

E ancora, un po' a casaccio, sempre tra gruppi e band che tutti noi conosciamo e con i quali molti di noi sono cresciuti, ecco qualche altro esempio.

Guns N’ Roses, “It’s So Easy” (1987): “Turn around bitch, I got a use for you” (“Girati puttana, ho un uso per te”). Qui pure Tony Pitony arrossisce.

Sempre loro, Guns N’ Roses, “One in a Million” (1988): “Immigrants and faggots make no sense to me” (“Immigrati e froci non hanno senso per me”). Due in un colpo solo: razzismo e omofobia.

Nine Inch Nails, “Closer” (1994): “I want to fuck you like an animal” (“Voglio scoparti come un animale”). Violenza e oggettivazione della donna allo stato puro.

Nirvana, “Rape Me” (1993): “Rape me, rape me my friend” (“Violentami, violentami amico mio”). Pare un'incitazione alla violenza sessuale autodistruttiva, in realtà è una provocazione che denuncia un abuso.

Qualcuno chiama in causa il cattivo gusto? Eccolo servito: Alice Cooper, “I Love the Dead” (1973): “I love the dead before they’re cold” (“Amo i morti prima che si raffreddino”). In effetti la necrofilia ancora mancava...

E ancora sesso, sesso, sesso: “Def Leppard, “Pour Some Sugar on Me” (1987): “You got the peaches, I got the cream” (“Tu hai le pesche, io la crema”).

Led Zeppelin, "The Lemon Song" (1969): “Squeeze me, baby, till the juice runs down my leg” (“Strizzami, piccola, finché il liquido cola giù per la mia gamba”).

Ooggettivazione della donna: doppietta dei Beastie Boys in “Girls” (1986): “Girls – to do the dishes” (“Ragazze – per lavare i piatti”) e “Girls – to clean up my room” (“Ragazze – per pulirmi la stanza”).

Infine, un po' di "sano" nazismo: Slayer “Angel of Death” (1986): “Angel of death, monarch to the kingdom of the dead” (“Angelo della morte, sovrano del regno dei morti”). L'angelo della morte era il nazista Josef Mengele. Ma aspettate prima di gridare allo scandalo: la canzone è un atto di denuncia contro l'orrore dei campi di sterminio.

E chiudiamo con un altro italiano. Il Vasco nazionale, odiato agli esordi e bollato come “drogato”, negli anni Settanta; celebrato oggi, nella sua terza età, praticamente da chiunque.

“Albachiara” (1979), la sua ballad racchiude quella frase che oggi farebbe arrossire qualsiasi benpensante, anche perché la lirica fa riferimento a una “ragazzina”: “Con una mano, una mano, ti sfiori”. Autoerotismo femminile: ancora oggi un tabù.

 

Il Vasco nazionale

Ma il massimo del politically uncorrect, restando a Vasco, lo conosciamo tutti: “Colpa d’Alfredo” (1980): “Ho perso un'altra occasione buona stasera. È andata a casa con il negro, la troia”.

Razzismo, misoginia, sessismo. Alé, tripletta.

Pensare che solo sette anni dopo, il Blasco avrebbe riempito ogni angolo di piazza del Comune qui a Cremona con lo storico concerto che ancora oggi tutti ricordano.

Eppure c'è chi ha letto la lirica di "Colpa d'Alfredo" cantando e chi mente.

Federico Centenari

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