Il commento

17 giu 2026
Giornali e soldi

Quasi 170 milioni all'editoria, oltre 106 milioni a soli 35 beneficiari, ossia l'1% delle oltre 3.200 iniziative editoriali italiane. Questo non è assistenzialismo?

C'è qualcosa di straordinario nel dibattito che si è aperto attorno al referendum per abolire i contributi pubblici all'editoria proposto dall'associazione Schierarsi di Alessandro di Battista.

Straordinario nel senso letterale del termine: fuori dall'ordinario. Perché basta mettere in discussione un meccanismo consolidato da decenni e improvvisamente si scopre che la democrazia italiana sarebbe a rischio estinzione.

Senza quei finanziamenti, ci viene detto, il pluralismo collasserebbe. L'informazione indipendente scomparirebbe. I cittadini resterebbero in balia della propaganda.

Insomma, il destino della Repubblica italiana dipenderebbe da qualche emendamento infilato in un Milleproroghe o in un decreto PNRR all'ultimo minuto.

È una tesi curiosa. E, forse, involontariamente rivelatrice. 

Perché se davvero il pluralismo dell'informazione dipende dalla benevolenza del governo di turno, allora il problema non è il referendum. Il problema è il modello costruito in questi anni.

Soprattutto perché i dati mostrano un sistema distorto ed in particolare il World Press Freedom Index 2026 pubblicato da Reporter Senza Frontiere, ci dice che l'Italia è scivolata al 56º posto su 180 paesi, registrando un peggioramento delle condizioni di lavoro dei cronisti

Nel coro trasversale che si è levato a difesa dello status quo, destra e sinistra sembrano improvvisamente ritrovare una rara unità nazionale. Il sottosegretario con delega all'editoria Alberto Barachini parla della necessità di preservare un ecosistema editoriale nazionale e mette in guardia dal rischio di acquisizioni estere.

Parlamentari di maggioranza ringraziano il governo per aver "salvato" Radio Radicale. Esponenti dell'opposizione ne sottolineano il ruolo insostituibile. Direttori e opinionisti spiegano che quei fondi rappresentano un presidio democratico.

Tutti d'accordo. Tutti rassicuranti. Tutti pronti a spiegare ai cittadini che il problema non sarebbe tanto l'esistenza dei contributi, quanto il fatto stesso di discuterne. 

Eppure una domanda elementare continua a mancare.

È fisiologico che grandi gruppi editoriali, fondazioni politicamente connotate ed editori che operano anche nella sanità, nella finanza o in altri settori economicamente rilevanti continuino a beneficiare di denaro pubblico?

È normale che il pluralismo venga garantito attraverso proroghe continue anziché attraverso regole stabili, trasparenti e sottoposte a verifica?

La risposta non può essere liquidata evocando il populismo.

E non stiamo parlando di impressioni. I numeri raccontano una realtà precisa. L'analisi dei contributi diretti ordinari e straordinari erogati nel 2026 mostra quasi 170 milioni di euro di fondi pubblici distribuiti all'editoria.

Di questi, oltre 106 milioni si concentrano nelle mani di appena 35 beneficiari, che rappresentano circa l'1% delle oltre 3.200 iniziative editoriali italiane. I primi dieci soggetti assorbono da soli il 34,7% delle risorse, mentre i primi venti superano addirittura il 50%.

Si può discutere se questo modello sia opportuno o meno. Ma chiamarlo semplicemente "pluralismo" senza interrogarsi sulla concentrazione delle risorse significa almeno rinunciare a una parte della verità.

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. In questi anni abbiamo privatizzato banche, aperto infrastrutture strategiche a capitali internazionali, affidato servizi essenziali e tecnologie sensibili a soggetti esterni. Ma il vero incubo nazionale, a sentire alcuni, sarebbe l'ipotesi che una testata italiana possa finire nelle mani di un investitore straniero.

Come se il problema non fosse la concentrazione del potere economico e mediatico, ma il passaporto di chi lo esercita.

Intanto il dibattito si sposta sempre più lontano dalla questione centrale. Non ci si chiede più se sia giusto finanziare l'editoria con risorse pubbliche. Si discute soltanto di chi debba essere finanziato e in quale misura.

Tra i casi più emblematici c'è quello di Radio Radicale. Grazie a un consenso trasversale che attraversa maggioranza e opposizione, la storica convenzione è stata ulteriormente rafforzata fino a raggiungere circa otto milioni di euro l'anno. Una convenzione eccezionale, prorogata di fatto da quasi trent'anni, senza una gara pubblica aperta. Il tutto in nome di un servizio ritenuto essenziale da molti osservatori.

Si può condividere questa scelta oppure contestarla. Ma proprio perché si parla di soldi dei contribuenti, sarebbe lecito pretendere che nessun modello venga sottratto al confronto pubblico e alla verifica critica.

Invece accade spesso il contrario.

Le oltre duecentomila firme raccolte in poche settimane per il referendum vengono derubricate dal giornalista di Radio Radicale a manifestazione di rabbia, esercizio demagogico o sfogo anti-sistema. Si discute delle intenzioni dei promotori più che delle ragioni dei cittadini che hanno firmato.

Eppure quelle firme raccontano qualcosa che meriterebbe attenzione.

Raccontano il disagio di una parte del Paese che non accetta più l'idea secondo cui alcuni meccanismi debbano essere considerati intoccabili.

Raccontano la richiesta di poter discutere apertamente del rapporto tra informazione, politica e denaro pubblico senza essere immediatamente catalogati come nemici della democrazia.

Forse il punto è proprio questo.

Una democrazia matura non teme i referendum. Non teme il dissenso. Non teme nemmeno di mettere in discussione assetti consolidati.

Se invece la sopravvivenza del pluralismo dipende davvero dal solito emendamento dell'ultimo minuto, allora la domanda da porsi non è perché qualcuno voglia abolire quei finanziamenti.

La domanda è molto più scomoda: che cosa abbiamo costruito, in tutti questi anni, se la democrazia italiana non riesce ad arrivare a fine mese senza il rinnovo di una proroga?

Marco Degli Angeli

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