Proprio questa sera, in Cattedrale, verranno ordinati dal Vescovo di Cremona Mons. Antonio Napolioni cinque nuovi sacerdoti; cinque studenti di Teologia del Seminario di Cremona ordinati diaconi lo scorso 28 settembre. Di questi, tre sono cremonesi, due sono invece originari del Togo.
Anche alla luce di questo importante momento per la Diocesi di Cremona, assume un significato particolarmente rilevante, oltre che piacevole, riuscire a pubblicare oggi, grazie a quegli insondabili intrecci tra le vicende umane, l'intervista che il Vescovo Napolioni ha concesso a Cremona Libera.
Conoscendo la concretezza e i tratti sobri, tutt'altro che improntati alla volontà di apparire di Mons. Napolioni, lo ringraziamo doppiamente per la disponibilità e la cortesia.
Un consiglio sincero, se permettete: leggete questa intervista con attenzione. Leggete bene tra le righe, soprattutto, perché è là che si cela la vera bellezza. Nelle risposte del Vescovo troverete passaggi di rara profondità, intensa spiritualità e grande realismo.
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Una domanda per rompere il ghiaccio: lei proviene da un territorio molto diverso dal Cremonese. Sono passati diversi anni ormai dalla sua nomina a Vescovo: che idea si è fatto di Cremona e del suo tessuto sociale?
La pianura non mi entusiasmava, ma ho imparato presto a scoprire ed ammirare non solo la nota laboriosità della gente di Lombardia, quanto soprattutto la quantità e qualità delle esperienze di volontariato e solidarietà, con cui queste “nostre” comunità sanno aver cura dei più fragili, sotto vari punti di vista. Certo, tanti paesi soffrono spopolamento e possono indulgere al pessimismo, ma non mancano segni di orgoglioso risveglio in momenti e situazioni particolari. Non guasterebbe un maggior gioco di squadra tra territori, in provincia e in regione. E, ovviamente, la città di Cremona è proprio bella, e non ho finito di scoprirne angoli e tesori nascosti.
I cremonesi hanno “fama” di essere piuttosto chiusi e poco inclini alle novità. Secondo la sua personale esperienza è davvero così?
Non credo sia una caratteristica esclusiva dei cremonesi, specie in questa stagione del nostro Paese in cui l’invecchiamento della popolazione invece di stimolare scelte di rinnovamento attente alle nuove generazioni, sembra farci chiudere nell’individualismo, un po’ rassegnato e a volte anche arrabbiato. Ben vengano stimoli come la crescita delle presenze universitarie, le proposte culturali, il dialogo tra soggetti diversi, e soprattutto il confronto sulle grandi sfide del nostro tempo. In ciò, il magistero di Papa Francesco e Papa Leone XIV ci sono di esempio e guida.
Facciamo il punto sullo “stato di salute” della nostra Diocesi. Come sta la Diocesi di Cremona? Si assiste anche qui a un calo delle vocazioni?
Mi piace la domanda sullo “stato di salute”, perché in effetti la Chiesa diocesana è un organismo vivente, prima che un’istituzione. E la Chiesa cremonese è viva, anche se non ha i numeri di qualche decennio fa. Non ha senso consolarsi nel confronto con altre diocesi più sfortunate, ma è certo che le cinque ordinazioni sacerdotali di quest’anno brillano nel panorama italiano. Il calo delle vocazioni è generale, non solo riguardo i preti, ma i matrimoni, le scelte genitoriali… per una strana mentalità che si diffonde a causa dell’individualismo consumista: quella dell’uomo senza vocazione, e perciò senza vero senso della vita.
Altri indicatori dello stato di salute delle comunità cristiane: resiste faticosamente la pratica sacramentale, ma dobbiamo riconoscere serenamente che la fede è sempre più una scelta libera e consapevole piuttosto che un’osservanza di tradizione. Oratori e caritas sono luoghi di accoglienza ed incontro sempre significativi, bisognosi di un progetto educativo e sociale, di cui le nostre comunità stanno diventando gradualmente più coscienti, per rilanciare il volontariato.
Quali sono, a suo avviso, le principali sfide che la Chiesa si trova ad affrontare in quest'epoca di grandi cambiamenti e mutamenti profondi nel campo della comunicazione, che si è fatta capillare ma superficiale? Mi riferisco ad esempio ai social media...
Papa Leone ci ha dato recentemente la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, che invito tutti a leggere con attenzione. E’ chiara e bella, nel suo riproporci i fondamenti dell’insegnamento sociale della Chiesa, immersa dall’amore di Dio nella storia umana per portare il Vangelo della speranza a contatto con le sfide di ogni tempo. Oggi: la custodia della dignità umana, a fronte dello strapotere tecnologico e finanziario; la cura democratica del bene comune, per non cadere in pericolose derive totalitarie; la difesa dell’ambiente dallo sfruttamento indiscriminato e dal degrado; il dialogo tra le culture, le religioni, ogni diversità. La pace, non attraverso il riarmo e la guerra, ma nel rispetto del diritto internazionale e nel dialogo tra i popoli.
Ecco, ha citato il Pontefice. Un suo commento su Papa Leone XIV?
Di per sé i Papi non si commentano, ma si ascoltano e si seguono. E io sono molto felice di farlo anche con Leone XIV, che ci richiama l’essenziale del Vangelo e il coraggio necessario per incarnarlo nella storia. Seguiamolo leggendo integralmente i suoi discorsi, senza andare a pescare le frasi che ci fanno comodo. I suoi viaggi, che si stanno intensificando, mostreranno ulteriormente il volto di una Chiesa che cammina al passo dei più poveri sulle vie della giustizia e della pace.
Chiudiamo con un passaggio sulla politica internazionale. La Chiesa, a suo avviso, può fare di più per comporre i conflitti in atto, in particolare sulla questione palestinese, sullo stato Israeliano e magari incidere sul ruolo degli Stati Uniti?
Posso dire che le religioni non devono mai essere usate per fomentare odio e giustificare guerre, e che la Chiesa in questo momento sa essere strumento di dialogo ed incontro, a servizio delle più urgenti emergenze umanitarie, e per educare tutti ad atteggiamenti di rispetto fraterno. Nell’ottobre scorso, noi Vescovi lombardi siamo stati in Terra Santa ed abbiamo constatato la complessità della situazione, la sofferenza immane che ha generato, ed anche l’esistenza di veri “operatori di pace” da entrambe le parti. Prima o poi, i loro sforzi prevarranno sull’odio che altri seminano.